Quando l’Avvocato dell’Atomo esonda insieme al Seveso, smarrendo del tutto la sua eventuale credibilità

L’account X di Luca Romano, ‘L’Avvocato dell’Atomo’

di Damiano Di Simine*

Con un articolo pubblicato il 5 novembre da «Today» il divulgatore scientifico Luca Romano, noto anche come Avvocato dell’Atomo, ha fornito un esempio di cosa non dovrebbe essere la divulgazione scientifica, trasformata per l’occasione in disinformata partigianeria.

Nel commentare l’esondazione del torrente Seveso e i recenti fatti alluvionali che hanno coinvolto la città di Milano, Romano se la prende con gli ambientalisti che, a suo dire, sarebbero niente po’ di meno che un cancro da estirpare per evitare che il Paese sprofondi nella melma. Parole che già di per sé sarebbero irricevibili. Come ambientalisti siamo però abituati ad essere additati come colpevoli delle condotte che in realtà denunciamo, e conseguentemente a replicare.

Caro Avvocato, devo svelarti che non siamo stati noi a ‘intubare’ quel torrente sotto la città di Milano, né a concedere decine di migliaia di permessi per costruire nel bacino del Seveso, né abbiamo redatto noi la pianificazione di quel territorio. Devo anche ricordarti che no, non siamo stati noi a collocare la fondazione della città di Milano su quelle rive. Non c’eravamo ancora, 2000 anni fa.

Fin qui, il nostro si limiterebbe a fare il verso ai tanti qualunquisti che, per avere un posto al sole sui media, sposano tesi strampalate pur di trovare improbabili colpevoli. Il problema è che Romano non conosce né l’argomento (del resto è un avvocato atomico, mica un idrologo), né il territorio di cui discetta, e lo si capisce benissimo anche dal fatto che, per pubblicare, egli abbia fatto un ‘ri-editing’ di un altro articolo, questo di taglio goliardico e non informativo, pubblicato mesi fa da «Il Foglio», a firma Jacopo Giliberto. Firmare un articolo non originale senza citare la fonte non si dovrebbe fare. Soprattutto, non senza averne prima verificato le informazioni.

Il divulgatore scientifico attribuisce al circolo Legambiente di Abbiategrasso la responsabilità del mancato raddoppio, fino al Ticino, del canale scolmatore delle piene, che dal Seveso corre fino al Fiume Azzurro. Lo scolmatore è un canale realizzato negli anni Cinquanta del secolo scorso per deviare le portate di piena del Seveso e di altri torrenti del Nord Milanese, opera risultata utilissima, ma divenuta rapidamente insufficiente a causa dell’urbanizzazione crescente dell’area metropolitana, e della conseguente crescita delle superfici impermeabilizzate da cemento e asfalto.

Il dibattito sul raddoppio di questo canale fu piuttosto vivace nei primi anni Duemila, tra fautori dell’opera e quanti invece erano preoccupati per il carico inquinante che si sarebbe riversato nel Ticino. Non fu però il nimby degli ambientalisti a bloccare il raddoppio, ma l’Autorità di Bacino, che riscontrò l’impraticabilità dell’opera, per ragioni di natura idraulica. E lo fece un decennio prima che il circolo Legambiente di Abbiategrasso, con un’azione di denuncia, portasse all’attenzione il problema causato dalle acque inquinate che dal canale (esistente) venivano riversate nel Ticino.

Luca Romano fa soprattutto trapelare la responsabilità di Legambiente e del nimby la colpa dei ritardi nella realizzazione delle vasche di esondazione del Seveso (il divulgatore non spiega neanche cosa sia nimby ai suoi lettori; in realtà, vedendola in modo positivo e non rancoroso, è un civilissimo dibattito pubblico, istituzionalmente presidiato dai tavoli del contratto di bacino del Seveso, e a cui partecipano anche i promotori delle opere).

Premesso che la discussione su questi progetti è sacrosanta, visto che si tratta di progetti impattanti, che cancellano le ultime aree verdi sopravvissute lungo il torrente più cementificato d’Italia, sopravvissute spesso anche grazie alla sopravvenuta istituzione di parchi regionali, e che i ritardi ci sono stati per motivi che prescindono da queste discussioni, preme qui far presente di cosa parliamo quando parliamo di vasche: tra un mese dovrebbero venire aperte le (discusse) vasche di Bresso: si tratta di un manufatto capace di contenere 250.000 mc d’acqua, opera sicuramente utile per mitigare gli effetti di violenti, ma localizzati, acquazzoni estivi. Non certo per eventi estesi all’intero bacino del torrente, come quello del 1° novembre scorso. La ragione è nei numeri: il nubifragio che ha colpito il bacino del Seveso ha portato ad un’onda di piena che ha portato all’esondazione di un volume di acqua nell’ordine dei 2 milioni di mc.

Nemmeno le altre opere contestate dai comitati, le vasche di Senago, con una capacità di 800.000 mc, avrebbero potuto gestire l’onda di piena, anche per il fatto di essere collocate ‘fuori linea’ (cioè a circa 5 km dal corso del Seveso) e dunque limitate dalla portata del canale adduttore (circa 70 mc/sec, meno della metà della portata di picco della piena).

Solo le Vasche di Varedo, con la loro capacità di oltre 2 milioni di mc, in area industriale dismessa e abbandonata da decenni, sarebbero risultate risolutive. Ma quelle vasche non sono certo bloccate da nimby o tantomeno da Legambiente che, al contrario, le chiede e le sollecita da tempo.

Stiamo parlando di un evento che, con una precipitazione media di 60-70 mm sull’intero bacino, può essere classificato tra i nubifragi, che si ripropongono mediamente ogni 3-4 anni, non certo ascrivibile tra gli eventi catastrofali. Per gli eventi di natura catastrofale non ci sono né vasche né canali scolmatori che tengano, quando il torrente scorre intubato nel sottosuolo milanese in un condotto che porta un massimo di 40 mc/sec.


Se c’è un cancro di cui il Paese si deve disfare, è quello di chi, spacciandosi per divulgatore scientifico, in realtà è capace solo di sviluppare artefatti narrativi rispondenti a meschini scopi di propaganda e irresponsabile disinformazione.

*Responsabile scientifico di Legambiente Lombardia

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