Milano, ancora vittime in bicicletta a causa della circolazione indiscriminata di mezzi pesanti in città

Il quarto incidente in sei mesi impone provvedimenti immediati, tutti i cittadini vanno tutelati, basta morti in strada. Oltre all’obbligo di installare sensori ai camion, serve una formazione obbligatoria ai conducenti dei mezzi pesanti 

L’incidente in via Comasina di stamattina è la fotocopia di quello in Sormani, a sua volta di quello in Piazzale Loreto, prima ancora di quello in Bastioni di Porta Nuova: dagli inizi di novembre a oggi quattro persone sono morte per non essere state viste circolare sulla loro bicicletta. Il tragico antagonista di un veicolo così leggero è sempre una variante della stessa categoria: ora una betoniera, un autoarticolato, un camion da movimento terra. Con la stessa scansione temporale, il Consiglio Comunale di Milano ha votato due Ordini del giorno, che attendono di essere tramutati in ordinanze e delibere: a gennaio quello su Città30, pochi giorni fa un altro, proprio sulle prescrizioni ai veicoli pesanti in città. Il 6 maggio Legambiente ha presentato con altre associazioni una proposta di Legge Nazionale sulle Città 30 in Italia: l’incidente di oggi a Milano fa capire come ci sia urgenza che il governo e i comuni facciano la loro parte.

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«Gli angoli ciechi ci vedono benissimo: è il quarto incidente mortale in meno di sei mesi a Milano, città cantierizzata ad elevata circolazione di mezzi pesanti, ma senza alcuna prescrizione di sicurezza, quando si considera la condivisione dello spazio pubblico con tutte le categorie di utenti. Ciclisti, pedoni, motociclisti: come si può pensare che siano al sicuro quando i conducenti dei veicoli pesanti non hanno ricevuto un’adeguata formazione e gli stessi veicoli non sono messi in sicurezza?» commenta Federico Del Prete, responsabile mobilità e spazio pubblico di Legambiente Lombardia.

Il focus deve essere sulle persone, come accade all’estero. Il programma inglese SUD – Safe Urban Driving, ad esempio, prevede ore di teoria per i conducenti dei mezzi pesanti che entrano in città, oltre a una pratica che consiste nel percorrere in bicicletta con formatori specializzati i punti potenzialmente pericolosi, per rendersi conto dei rischi e adottare una condotta di guida consona a uno spazio pubblico condiviso da tutte le età e le abilità. Il tutto fa capo, sempre nel caso del Regno Unito, a una certificazione (FORS) che gli operatori devono avere per poter lavorare in città.

«Bene preoccuparsi dei dispositivi da installare sui mezzi, ma non è tutto – continua Del Prete – Sono le persone a dover essere al centro dei provvedimenti, altrimenti si rischia di spersonalizzare rischi ed eventi. Anche i cittadini in bicicletta mostrano poca dimestichezza con il rischio e con le regole, ma sono loro a pagare di più. C’è una gerarchia nelle diverse responsabilità: dobbiamo puntare, come all’estero, a inserire questa gerarchia nella normativa. La situazione è molto grave, a Milano ci vuole una strategia integrata: subito le necessarie delibere per Città 30 e mezzi pesanti, poi la prima convocazione della Consulta per Mobilità Attiva e l’Accessibilità, nominata, ma ancora non operativa».

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