Dove pensavamo ci fosse un “amico” c’è una minaccia per il clima: il metano, immagine di energia “pulita” è invece un potente climalterante e inquinante

Verso un Piano Nazionale per la riduzione delle emissioni di metano: oggi a Milano la presentazione di dati e risultati della campagna MetaNO! Coltiviamo un Altro Clima

Legambiente sollecita le il governo nazionale e le regioni del Nord a concordare misure per ridurre il metano emesso da allevamenti intensivi, liquami zootecnici e risaie già entro il 2030

Mai così tanto metano nell’area padana: a Febbraio il picco più alto di sempre. La Lombardia campionessa indiscussa di emissioni: le circa 230.000 tonnellate dall’agro zootecnia lombarda valgono oltre il 30% del totale nazionale

Un momento della diretta streaming dell’evento conclusivo di MetaNO! Coltiviamo un Altro Clima. Milano, Cascina Nascosta il 25 marzo 2026

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Oggi a Milano, in Cascina Nascosta, si è svolto l’evento conclusivo della campagna MetaNO! Coltiviamo un Altro Clima, che ha previsto azioni e ricerca per la riduzione delle emissioni di metano da fonte agricola e zootecnica. Obiettivo finale la proposta di un piano per la riduzione delle emissioni: alla presentazione sono intervenute Margherita Tolotto, Policy manager di EEB (European Environmental Bureau), Giorgio Zampetti, direttore nazionale di Legambiente, Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia, e la ricercatrice Gemma Chiaffarelli, curatrice del Piano.

Coltiviamo un Altro Clima. Per un piano di mitigazione delle emissioni di metano, il documento di Legambiente Lombardia presentato oggi a Milano, guarda all’orizzonte del 2030, un traguardo stabilito dal Global Methane Pledge, accordo sottoscritto da 160 Paesi, Italia compresa, che prevede di dotarsi di piani di riduzione tali da abbattere le emissioni di metano del 30% entro l’anno 2030, rispetto ai livelli valutati nel 2020. In questo senso, il Piano proposto da Legambiente Lombardia prevede una strategia di transizione agroecologica capace di attuare soluzioni di natura tecnologica per mitigare gli impatti climatici dell’agricoltura intensiva, ma anche di modificare l’approccio alla produzione agricola, soprattutto nella Pianura Padana, dove si registrano le maggiori emissioni di metano e dove, tra l’altro, sono a carico della zootecnia rilevanti contributi all’inquinamento atmosferico.

“L’inclusione del metano nella governance europea della qualità dell’aria, insieme a un adeguato sostegno alle aziende agricole che stanno avviando una transizione dai sistemi di allevamento intensivo, contribuirebbe a garantire che i piani nazionali producano il cambiamento necessario,” spiega Margherita Tolotto, Policy manager di EEB. “Puntare tutto e solo sulle innovazioni tecnologiche, come fa il PNIEC italiano, ci mantiene molto lontani dagli obiettivi di riduzione delle emissioni.”

I correttivi richiesti dal Piano di Legambiente non risparmiano le eccellenze della DOP Economy, grandi marchi che trasformano gran parte del latte e delle carni prodotte nel Nord Italia.

“Il successo commerciale del Made in Italy alimentare non ha protetto gli allevatori dalle crisi sanitarie, come quella della peste suina, o da quelle legate all’andamento dei prezzi dei mangimi o alle quotazioni del latte,” afferma Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia. “Crediamo che sia nell’interesse di tutti ripensare le strategie di questo settore economico, puntando sul legame col territorio e le sue materie prime agricole anziché sui volumi produttivi: ridurre il numero di capi allevati e qualificare le produzioni può remunerare meglio le aziende agricole, mettendole al riparo dalle crisi ricorrenti.”.

La riduzione delle emissioni di metano è parte di una transizione del sistema produttivo ed energetico del nostro Paese, quanto mai urgente.

“La via maestra per la riduzione degli impatti negativi dell’allevamento intensivo è nell’agroecologia, che punta all’equilibrio tra produzioni agricole, territori ed ecosistemi,” dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente. “La consapevolezza che il metano va considerato nelle strategie di mitigazione della crisi climatica va condivisa con i cittadini: la riduzione delle emissioni richiede politiche trasversali, non univoche. Occorre sostenere la transizione agroecologica e quella energetica, liberandoci dalla dipendenza dal gas fossile grazie alle rinnovabili, migliorando la gestione dei rifiuti organici, in un quadro di economia circolare, chiudendo una volta per tutte la stagione delle discariche per questo genere di rifiuti”.

Il ruolo del metano in un pianeta sempre più caldo

Il metano ha cessato da tempo di rappresentare un ideale di combustibile ‘pulito’ in grado di traghettare la transizione dalle fonti fossili alle energie rinnovabili: quell’immagine si è infranta contro un dato oggettivo: il metano è un potente gas serra (GHG), con una capacità di riscaldamento atmosferico ben 85 volte superiore a quella della CO2: questo significa che le perdite di metano, ad esempio nell’estrazione dal sottosuolo, nel trasporto e nell’impiego finale – le cosiddette emissioni fuggitive – si traducono in una forte spinta al riscaldamento planetario.

L’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico di ONU) stima che su 1,4°C di aumento di temperatura media terrestre, almeno 0,5°C, cioè più di un terzo del riscaldamento totale, sia da mettere in conto non alla CO2, ma al metano. Le cui concentrazioni sono aumentate in modo imponente: se all’inizio dell’era industriale la concentrazione media nell’atmosfera era intorno a 700 ppb (parti per bilione), la nostra Aeronautica Militare ci informa che nella stazione di misura dell’Appennino Emiliano, sul Monte Cimone, a marzo è stata rilevata una concentrazione di metano di ben 2074 ppb, tra le più alte di sempre, secondo una tendenza di aumento che lascia poco spazio all’ottimismo, specie ora che è in crescita il commercio globale di GNL (Gas Naturale Liquefatto) ottenuto in Nord America. La tecnica di fratturazione idraulica delle rocce dei giacimenti (fracking) determina emissioni molto maggiori rispetto ai pozzi tradizionali.

Oltre a scaldare il pianeta, le alte concentrazioni di metano nell’atmosfera sono responsabili di un inquinamento sempre più allarmante: oltre a essere climalterante, il metano è il più importante tra i precursori della formazione di ozono, gas tossico che si ripresenta in ogni estate con il cosiddetto smog fotochimico. Insomma, altro che combustibile ‘pulito’! Oggi non possiamo fare a meno dell’energia assicurata dagli approvvigionamenti di metano, ma quanto prima riusciremo a liberarcene, tanto meglio sarà per la salute di noi tutti. E anche per la febbre del pianeta.

Agricoltura: dall’Italia del Nord le principali emissioni di metano

Le emissioni di metano sono solo in parte associate al consumo di combustibili fossili. Circa due terzi del metano che l’umanità rilascia in atmosfera dipendono dal sistema agroalimentare: il metano si genera nei rumini dei miliardi di erbivori che alleviamo per produrre latte o carne, così come dai liquami di bovini e suini, come anche dai suoli allagati delle risaie del sud-est asiatico. Grandi quantità di metano si sviluppano inoltre dagli scarti alimentari sepolti nelle discariche, come accade in gran parte del mondo, se questi non sono trattati per trasformarli in compost o in fertilizzanti.

In Italia, il 46% delle emissioni di metano deriva dal settore agricolo, principalmente dagli allevamenti intensivi, gran parte dei quali si localizza in Pianura Padana, ma anche dalla coltivazione del riso, altra specialità del Nord Ovest del Paese. Tra le regioni, la Lombardia è campionessa indiscussa di emissioni di metano da fonte agricola: le circa 230.000 tonnellate prodotte dall’agrozootecnia lombarda valgono oltre il 30% del totale nazionale, superando di gran lunga quelle delle altre regioni del Nord: Piemonte (114.000 tonnellate/anno), Emilia Romagna e Veneto (82.000 tonnellate ciascuna). Per ridurre le emissioni di metano è quindi imprescindibile agire sul sistema agroalimentare, certo con interventi di mitigazione, ma anche con una riduzione dell’intensità di allevamento, davvero eccessiva in alcune parti del Paese.

Il Global Methane Pledge

Risale al 2021, e alla Conferenza delle Parti (COP) per la lotta al Cambiamento Climatico di Glasgow, l’iniziativa USA e UE di un accordo globale per ridurre le emissioni di metano. Il Global Methane Pledge, a cui aderiscono 160 Paesi tra cui l’Italia, prevede l’impegno a dotarsi di piani di riduzione tali da abbattere le emissioni di metano del 30% entro l’anno 2030, rispetto ai livelli valutati nel 2020. La UE ha stilato il proprio regolamento per la riduzione delle emissioni, approvato nel 2024, con misure riferite solo al metano nel settore energetico. Nello stesso anno l’Italia si è dotata di un piano nazionale energia e clima (PNIEC), anch’esso con previsioni di riduzione per il solo settore energetico. Ma le buone notizie finiscono qui: stiamo ancora aspettando che si passi ai fatti per quanto riguarda la principale fonte di emissioni, il settore agricolo. L’Italia ha escluso questo settore dall’impegno climatico, fissando per il 2030 un ridicolo 2% di riduzione delle emissioni di gas serra in agricoltura, rispetto al dato 2020.

Di fronte all’inazione di governi e regioni si è costituita una coalizione europea di grandi network ambientali motivati a un cambio di passo sugli impegni del Global Methane Pledge, per ridurre le emissioni sia da impianti energetici, che da rifiuti e da fonti agricole. La coalizione si chiama Methane Matters (il metano conta) e ha incaricato Legambiente Lombardia di sviluppare un dibattito rivolto a istituzioni, accademie e categorie, a livello regionale e nazionale, per redigere un quadro di proposte volte alla riduzione delle emissioni nel settore agricolo nazionale.

Il piano di Legambiente in sintesi

Nel corso della presentazione odierna la coordinatrice della ricerca, Gemma Chiaffarelli, ha illustrato i dettagli del piano, esito di numerosi incontri e dialoghi con esperti e agricoltori. Il piano affronta le tre principali fonti emissive agricole, scegliendo di far coesistere uno scenario di controllo (retrofit) delle emissioni con uno di transizione agroecologica, che richiede tempi più lunghi per attuarsi.

– per le emissioni enteriche vengono proposte in parallelo: misure di mitigazione incentrate su pratiche più efficienti, tra cui il miglioramento della razione e delle linee genetiche negli allevamenti;

– la progressiva riduzione dei capi, centrata sulla Pianura Padana e accompagnata da un percorso di qualificazione delle produzioni (produrre ‘meno ma meglio’);

– per le emissioni da effluenti zootecnici si propongono:
misure di mitigazione che includono l’efficientamento delle fasi di raccolta e stoccaggio liquami e una filiera del biometano agricolo a bassissime emissioni;
uno scenario di transizione agroecologica che, insieme alla riduzione dei capi, supporti l’allevamento estensivo nelle aree interne e le filiere di alta qualità.

– per le emissioni da risicoltura è prevista la modifica delle pratiche irrigue attraverso il ricorso all’irrigazione alternata (AWD) e alla sommersione invernale delle risaie, oltre a una attività di promozione e misure di sostegno per un modello agroecologico fondato su rotazioni e diversificazioni colturali.

Nella valutazione sviluppata da Legambiente Lombardia, l’applicazione delle misure e degli investimenti coerenti con questi indirizzi, anche attraverso la modifica dei regimi di aiuti alle imprese previsti dalla Politica Agricola Comune (PAC), permetterebbe una riduzione delle emissioni pari al 26% entro il 2030, unitamente a molti co-benefici per quanto riguarda l’inquinamento atmosferico (emissioni di ammoniaca, concentrazioni di polveri sottili e ozono), quello idrico (inquinamento da nitrati) e la riduzione dei consumi irrigui.

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