Il peso climatico dell’Italian Food e le grane ambientali del Grana

Il 63% del metano emesso in Italia, gas pesantemente climalterante, deriva dalla filiera agroalimentare: è urgente migliorarne la sostenibilità, riducendo produzione e consumo dei prodotti di origine animale

Made in Italy alimentare: anche la “DOP Economy” deve fare la sua parte nella transizione ecologica

Legambiente: “L’Italia può consolidare il suo primato nel settore alimentare puntando su sostenibilità, legame col territorio e benessere animale. Il Made in Italy che fa bene al pianeta riduce gli eccessi produttivi e punta sulla distintività dei prodotti del territorio.”

Oggi a Milano il convegno Metano e sistemi agroalimentari, quali scelte per la riduzione delle emissioni climalteranti trasmesso anche in diretta streaming sul canale YouTube di Legambiente Lombardia

Un momento del convegno Metano e sistemi agroalimentari, quali scelte per la riduzione delle emissioni climalteranti, Milano, Cascina Nascosta il 10 novembre 2025 (ph.: Legambiente Lombardia)

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Il Made in Italy è un attore di primo piano nei sistemi agroalimentari, non solo per la notorietà dei prodotti che il nostro Paese produce ed esporta, ma anche per l’impronta che il sistema del cibo determina sul clima: stando ai dati FAO, il 32% di tutte le emissioni climalteranti dell’Italia sono riferibili al sistema del cibo, dalla produzione agricola, alla trasformazione e distribuzione di alimenti, alla gestione degli scarti e degli sprechi alimentari.

Una percentuale più alta del dato medio globale, considerando anche le emissioni che l’Italia ‘esternalizza’ in Paesi terzi: si pensi alle deforestazioni tropicali da cui dipende la nostra importazione di materie prime mangimistiche e carni estere, lavorate in Italia e rivendute con il marchio di prestigiosi salumi IGP. Il ‘peso climatico’ dell’Italian Food si aggrava se si considera che i gas serra non sono tutti uguali: il settore agroalimentare è infatti primatista assoluto per le emissioni di metano.

Ben il 63% delle emissioni di metano in Italia ha a che fare con la produzione di cibo e di rifiuti alimentari, e il grosso guaio è che si tratta di un gas con una ‘forzante termica’ molto più alta di quella della CO2, infatti l’emissione di metano è in grado di indurre un riscaldamento oltre 80 volte più intenso di una identica emissione di CO2, nell’arco dei successivi 20 anni. Il metano è anche un gas a vita più breve della CO2, per questo se ne riducessimo le emissioni avremmo un beneficio in termini di riduzione delle temperature globali.

Guardando all’origine di queste emissioni, ben il 70% di questo metano deriva dagli allevamenti, e si tratta di una emissione altamente concentrata nella ‘food valley’ della Pianura Padana, associandosi dunque alle filiere delle più grandi DOP nazionali. Grana Padano, Prosciutto di Parma, Gorgonzola e Parmigiano Reggiano sonoi capofila nel valore della produzione alimentare nazionale, protagonisti assoluti, insieme ai vini, del nostro export.

Purtroppo la riduzione delle emissioni di metano da fonte agroalimentare non trova spazio negli impegni climatici del nostro Paese: a riguardo non ci sono target significativi di riduzione delle emissioni nel PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima) e non abbiamo ancora “toccato palla” nell’accordo globale sul metano siglato alla COP di Glasgow (2021), il Global Methane Pledge, che impegna l’Italia  e altri 158 Paesi a ridurne le emissioni del 30% entro il 2030.

“Non è possibile rispettare gli obiettivi di riduzione delle emissioni climalteranti senza affrontare la transizione nel sistema agricolo e alimentare,” dichiara Angelo Gentili, responsabile nazionale di Legambiente Agricoltura. “Si tratta di una sfida evolutiva del sistema produttivo che tiene insieme l’elevata reputazione dei prodotti alimentari Made in Italy con l’esigenza di una trasformazione della composizione dei consumi rendendola più sostenibile. È possibile ridurre produzione e consumi di carni e latticini preservando il reddito dei produttori, aumentandone il valore grazie a una accresciuta riconoscibilità del legame con il territorio, a partire dalle grandi DOP”.

Su questi temi oggi Legambiente ha convocato esperti di nutrizione, di economia e di clima, insieme a operatori delle filiere agricole e alimentari, per un convegno, a Milano, nell’ambito della campagna MetaNO – Coltiviamo un altro climache si sviluppa sotto l’egida della coalizione europea Methane Matters,che chiede il rispetto degli accordi internazionali sulla riduzione delle emissioni di metano. Si tratta del più importante tra i gas considerati ‘inquinanti climatici’ a causa delle complesse interazioni di cui esso è artefice, non solo con il clima ma anche con la formazione di inquinanti atmosferici, a partire dall’ozono.

Per l’Italia il tema della riduzione delle emissioni di metano ha una inevitabile ricaduta sugli allevamenti della Pianura Padana. L’elevata intensità di allevamento nelle regioni del Nord è sempre più fonte di criticità ambientali severe, legata ai gas inquinanti tradizionali, come l’ammoniaca che in inverno è il principale precursore delle polveri sottili, allo smog fotochimico estivo e all’inquinamento delle acque superficiali e delle falde a causa dell’eccesso di nutrienti che derivano dalle attività di spandimento di enormi quantità di effluenti d’allevamento.

“La riduzione degli impatti degli allevamenti può avvalersi di soluzioni  di buona tecnica, come il miglioramento della nutrizione animale o la gestione dei liquami zootecnici nella produzione di metano,” dichiara Barbara Meggetto. Presidente di Legambiente Lombardia. “Gli effetti di questi interventi saranno però insufficienti se non si agisce anche sulla riduzione dei capi allevati e su un equilibrio ragionevole tra numero di capi e territorio.”

Tra le cause del numero eccessivo di capi allevati nella Food Valley italiana c’è la spinta produttivistica impressa da filiere come quella del Grana Padano, il cui successo commerciale ha garantito una elevata produzione, di buona qualità ma sempre più standardizzata: oggi da Treviso a Cuneo si produce un solo Grana, invece delle infinite varianti locali e stagionali che caratterizzavano questo formaggio. Varianti che, tradizionalmente, erano legate soprattutto alla diversità dei foraggi coltivati nei diversi territori e nelle diverse stagioni.

Oggi al posto di quel mosaico produttivo si è imposta una ‘dieta’ degli animali sempre più dipendente da mangimi le cui componenti sono per lo più importate dall’estero: dalla soia OGM sudamericana al mais dell’Europa orientale. Mangimi che, insieme a genetiche del bestiame sempre più spinte verso la elevata performance produttiva, permettono di produrre molto più di quanto il territorio sia in grado di sostenere. Si è scelta la quantità a scapito della distintività, e finora la scelta è stata vincente. Ma non è detto che lo sarà anche in futuro.

“Le crescenti preoccupazioni dei nutrizionisti per una dieta troppo sbilanciata su cibi di origine animale dovrebbero far propendere per una transizione che ne privilegi il consumo sempre più occasionale,” dichiara Damiano Di Simine, responabile della campagna MetaNO-coltiviamo un altro clima. “I consumatori stanno già iniziando a ridurre i consumi di carni e formaggi, ed è prevedibile che questa tendenza continuerà negli anni, finendo per abbracciare le nuove indicazioni sulla dieta mediterranea stabilite dalla Società Italiana di Nutrizione, che prospettano un dimezzamento dei consumi di carni e formaggi. Per questo è auspicabile la direzione di un consumo più selettivo, che punti su prodotti che enfatizzino e certificano il legame con il territorio, invece che sulle produzioni standardizzate. In pratica, occorre produrre meno, ma meglio.”

Va promosso un allevamento più sostenibile e rispettoso del benessere animale, che punti a valorizzare territori ed aree interne, anziché assecondare processi di concentrazione funzionali alla domanda di materie prime per l’industria, avvantaggiandosi così di approcci cooperativi e di integrazione di filiera per assicurare redditività aziendale e mettere in campo investimenti per la sostenibilità, in particolare nella gestione dei reflui.

Serve inoltre un marketing e un modello di consumo che sia attento ai fabbisogni nutrizionali e che punti sulla qualità sensoriale ed esperienziale delle preziose produzioni lattiero-casearie del nostro Paese: questi sono elementi per una transizione che, nel ridurre le concentrazioni di capi e allevamenti, punti a migliorare ulteriormente il posizionamento dei prodotti della DOP economy italiana.

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