Verso la nuova stagione dello smog: è prioritario ridurre le emissioni di fonte agricola e zootecnica in Lombardia

Occorre una ristrutturazione delle filiere agroalimentari della Pianura Padana, affinché il settore zootecnico produca meglio, ma meno

Legambiente Lombardia: “Ammoniaca e metano, i due principali gas prodotti dall’agricoltura, sono protagonisti della cattiva qualità dell’aria in pianura padana e concorrono in modo rilevante alla crisi climatica, serve una strategia per la riduzione delle emissioni agricole in una regione che conta un numero eccessivo di capi allevati e di consumo di fertilizzanti.”

Le indicazioni dai policy brief della campagna MetaNo – Coltiviamo un altro clima

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Con l’uscita di scena dell’estate è già il momento di prepararsi all’inevitabile aumento degli inquinanti che accompagna le tiepide atmosfere autunnali. Sempre più protagonista, in termini di emissioni atmosferiche, è l’agricoltura: la pianura padana vanta una spiccata vocazione zootecnica nelle produzioni del settore primario, base delle eccellenze produttive del comparto alimentare affidate ai simboli della DOP economy italiana: Grana Padano, Prosciutto di Parma e Parmigiano Reggiano. Se il valore di queste specialità è fuori discussione in termini di qualità e di contributo alla bilancia commerciale, occorre fare i conti con gli effetti che la spinta produttivistica determina, in particolare sulle consistenze dei capi bovini e suini allevati, per far fronte agli ordinativi dell’industria di trasformazione.

Una delle conseguenze più evidenti dell’eccesso di capi allevati e di colture foraggere intensive in Pianura Padana è il dato emissivo: per sostenere livelli produttivi così elevati la fertilità naturale dei terreni coltivati non basta, occorrono grandi input supplementari di nutrienti, sia per i suoli che per gli animali allevati. In particolare per mantenere l’attuale livello delle produzioni che incarnano il ‘made in Italy’ alimentare occorre importare tanti nutrienti a base di azoto: in particolare dalla Russia che, nonostante le sanzioni, è di gran lunga primo produttore mondiale di urea agricola, il fertilizzante più impiegato, ma anche con i concimi chimici non si arriva a soddisfare il fabbisogno mangimistico delle mandrie lombarde: occorrono ulteriori apporti sotto forma di proteine somministrate agli animali allevati, ed in particolare soia che sbarca dal Sud America, e mais dall’Europa orientale. Gran parte dell’azoto di fertilizzanti e mangimi finisce, prima o poi, nelle decine di milioni di tonnellate di reflui zootecnici distribuiti nei campi. Il problema è che la quantità di azoto somministrata eccede le necessità delle colture, per questo deve essere smaltita in diversi modi, come inquinante delle acque (sotto forma di nitrati) e dell’aria come ammoniaca. Un altro importante ‘prodotto di scarto’ degli eccessi di fertilizzanti è il protossido d’azoto, potente gas climalterante con un ‘potere riscaldante’ per l’atmosfera ben 273 volte più elevato della CO2.

Così campi e stalle in Lombardia sono la fonte del 95% delle emissioni lombarde di ammoniaca, 93.000 tonnellate in totale secondo i calcoli di ARPA. Si tratta di un quarto del dato nazionale per questa molecola gassosa, una quantità impressionante se si considera che in termini di superfici coltivate la Lombardia rappresenta solo il 7% del totale nazionale. Se poi si guarda oltre i confini, alle altre regioni a spiccata specializzazione zootecnia – Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto – si arriva a 230.000 tonnellate, il 66% del totale nazionale per questo gas, tutte concentrate nella pianura che già deve a traffico e impianti di riscaldamento il primato dell’aria più inquinata d’Europa.

Ciò ha gravi conseguenze perché l’ammoniaca, nella stagione fredda, si combina con gli altri inquinanti (come gli ossidi di azoto, NOx, prodotti soprattutto dai veicoli diesel) per formare microcristalli di sali che costituiscono una quota crescente delle polveri sottili,specie nei centri minori del sud Lombardia in cui la presenza di allevamenti è maggiore: non è un caso se le centraline ARPA del basso lodigiano, cremasco e cremonese hanno spesso livelli  di PM10 e PM2.5 decisamente più alti di quelli misurati nel centro di grandi città come Milano o Brescia.

Le Regioni stanno giustamente sostenendo gli agricoltori affinché migliorino la gestione dei liquami per ridurre le emissioni: la copertura delle vasche dei liquami, le buone pratiche per la distribuzione in campo, il convogliamento dei liquami ad impianti per la produzione di biometano, sono tutte azioni positive e necessarie, ma devono accompagnarsi alla riduzione degli input. Il problema è che gli eccessi di azoto non sono facili da nascondere sotto il tappeto, le buone pratiche possono limitare le emissioni in atmosfera ma, se non sono accompagnate dalla riduzione degli apporti, trasferiscono i problemi ai suoli e alle acque.

“Accogliamo con favore l’indicazione di una messa al bando dell’urea, prevista dal decreto ministeriale per la lotta all’inquinamento pubblicato quest’estate. Abbandonare il fertilizzante chimico richiede una migliore valorizzazione dei fertilizzanti organici e in particolare dei digestati, è un passo nella direzione giusta, ma occorre anche limitare l’eccessiva produzione di reflui d’allevamento, riducendo il numero di capi a livelli compatibili con le superfici foraggere, così da evitare la massiccia importazione di mangimi esteri” commenta Damiano Di Simine, responsabile della campagna ‘MetaNo – Coltiviamo un altro clima’ di Legambiente Lombardia. Produrre meno non è necessariamente una perdita economica, se la minor produzione è compensata da una maggior valorizzazione in termini di distintività e legame con il territorio dei prodotti alimentari: si tratta di sviluppare strategie di marketing e di consumo sostenibile che facciano i conti con le potenzialità del territorio. Quando lo si è fatto, ad esempio nelle produzioni vinicole, i risultati in termini di valore del prodotto e di reddito non si sono fatti attendere!

Troppi capi allevati significa anche emissioni climalteranti. E’ soprattutto l’allevamento bovino a determinare massicce produzioni di metano, gas serra con un potenziale di riscaldamento 85 volte superiore a quello della CO2. Anche in questo caso la Lombardia spicca tra le fonti emissive: l’agricoltura lombarda infatti ne rilascia ben 235 .000 tonnellate annue, pari al 70% delle emissioni regionali di metano. Per fare un confronto, l’agricoltura di tutto il resto d’Italia ne rilascia 509.000 tonnellate (dati ISPRA): questo significa che l’agricoltura Lombarda ha una intensità di emissioni di metano 6 volte più alta del resto d’Italia. Tradotto in CO2 equivalente, complessivamente la fonte agricola pesa per il 10,2% di tutte le emissioni climalteranti della Lombardia, come dire la metà di tutte le emissioni del settore dei trasporti, secondo i dati di ARPA Lombardia.

La riduzione delle emissioni di metano rappresenta una priorità, si tratta infatti di un ‘inquinante climatico’, perché oltre a causare riscaldamento atmosferico è anche il principale precursore della formazione di ozono, una molecola a sua volta climalterante, ed estremamente tossica per la salute umana ed anche per le vegetazioni, arrivando a causare importanti perdite di rese nei raccolti.  Anche in questo caso l’agricoltura si conferma come il settore economico che più subisce gli effetti di cambiamenti climatici e inquinamenti: secondo l’agenzia europea dell’Ambiente, il danno economico della perdita di raccolti dovuto all’inquinamento da ozono in UE vale circa 2 miliardi di euro: un motivo in più per mettere in cima alle agende agricole i temi della sostenibilità climatica

Per maggiori informazioni sulle emissioni di fonte agricola scarica i dossier della campagna MetaNo – Coltiviamo un altro clima

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