
di Federico del Prete*
La notizia dell’ennesimo disastro sulle strade lombarde, eventi che non vorremmo mai più trovarci a commentare, solleva non tanto la questione della sicurezza stradale, un ambito ormai fuori controllo, nonostante i proclami dei tanti governi che avrebbero dovuto risolverla, ma quella della sicurezza sul lavoro.
Se è impossibile ancora una volta non notare una pericolosa disuguaglianza nello spazio pubblico per eccellenza, la strada, è anche vero che questa disuguaglianza (sociale, economica) può tradursi nella difficoltà di far valere i propri diritti, in caso di sinistro o di morte. I due giovani operai travolti in bicicletta, costituiscono, forse, l’immagine di questa disuguaglianza, almeno quanto l’altro lavoratore alla guida del furgone. E che questa difficoltà possa tradursi in un ritardo, se non in un danno, per la transizione ecologica nella mobilità.
Prima di spiegare come e perché, proviamo a riassumere i dati sugli incidenti in itinere. Il dato ancora provvisorio del 2025 fa segnare una crescita del 4,6% sulle morti, tendenza che rispecchia la drammatica pericolosità delle strade italiane. Sempre fidando nel dato provvisorio per il 2025, gli infortuni in itinere sono il 19,3% sul totale degli infortuni (nel 2022 il valore era del 13,6%) e il 27% del totale degli infortuni mortali. Morti sul lavoro? Per quasi un terzo sono su un veicolo, o a piedi. La Lombardia è terza dietro al Lazio e alla Liguria, e sesta per gli esiti mortali, dove le differenze tra regioni sono comunque minime. È una strage, purtroppo non c’è molto da aggiungere.
La collisione che ha ucciso due persone e ha rovinato la vita a una terza porta con sé un terribile messaggio: il mancato perseguimento della sicurezza stradale, la mancata promozione di una mobilità sostenibile (socialmente, economicamente, ecologicamente intesa), produce lavoro che uccide lavoratori. Sembrerà estremo, ma la realtà della collisione appena fuori la porta di quell’azienda a Roncoferraro (MN) è purtroppo questa.
Grazie alla tenacia di Fiab, dal 2016 andare in bicicletta al lavoro è sempre ammesso all’eventuale indennizzo da parte di INAIL. Le fonti giornalistiche che informano sulla collisione stradale indicano che le due vittime erano in possesso di “un contratto di lavoro”, unico elemento identificativo che i due avevano con sé, presso l’azienda davanti alla quale sono morte. Si può solo sperare che le loro famiglie potranno, un giorno, essere tutelate e risarcite. Lo stesso si può sperare per il conducente del furgone, in attesa dei risultati dell’indagine.
La vera speranza sarebbe però stata che nessuno avrebbe dovuto raccontare una storia tanto triste quanto imbarazzante. Imbarazzante per non dover individuare nessuna tutela, a parte quella ex post, che avrebbe impedito, alle cinque e trenta di un lunedì qualunque, che si morisse così per andare a lavorare. L’accaduto non è solo, come si dice adesso, espressione di mobility poverty, ovvero di mancanza di alternative di mobilità per tutte le persone coinvolte, o magari di scarsa conformità dei veicoli. Ripetiamo: su questo, le indagini in corso chiariranno.
L’ennesimo dramma è una colpevole ipoteca sulla libertà di scelta di una modalità di trasporto piuttosto che di un’altra, di una scelta almeno sicura, se non realmente libera da impedimenti economici o da carenze infrastrutturali. La mobilità sostenibile non è solo, per dei giovani stranieri in cerca di fortuna, come quelli morti stamattina, andare in bicicletta in modo sicuro su una strada qualunque, ma anche evitare che una qualsiasi scelta di mobilità porti così gravi rischi alle altre.
*Responsabile mobilità e spazio pubblico, Legambiente Lombardia






