“Relazioni tossiche” in area padana: crescono i livelli di metano, il più importante gas precursore dell’ozono, e i rischi per la salute respiratoria
Legambiente scrive a Ministro e Regioni del Nord “Occorre un piano di azioni per la riduzione delle emissioni di metano da fonti agricole.”

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Il primo episodio di alta pressione atmosferica, che sta colpendo soprattutto il Centro Nord, insieme al caldo porta con sé – in anticipo rispetto agli anni passati – anche l’ozono, gas tossico che si forma quando le sostanze inquinanti che stazionano nell’atmosfera sono esposte all’azione dell’intensa radiazione solare, generando il fenomeno dello smog fotochimico, da cui la Pianura Padana è l’area più colpita, stando alle rilevazioni dell’Agenzia Europea dell’Ambiente.
Nei giorni scorsi le centraline di gran parte della Pianura Padana hanno misurato superamenti della soglia obiettivo di lungo termine (OLT) di 120 mg/m3 (valore riferito alla massima media di 8 ore consecutive) dell’ozono. Per la normativa, questi superamenti non dovrebbero verificarsi più di 25 giorni/anno, ma in diverse località, specialmente lungo a pedemontana lombarda, i superamenti si sono già verificati quotidianamente da oltre una settimana, a stagione nemmeno iniziata.
Si sono misurati anche i primi superamenti della soglia di informazione (180 mg/m3 come picco orario di ozono), ovvero delle concentrazioni oltre le quali scatta l’obbligo di informare la popolazione affinché metta in atto misure di prevenzione. Superamenti di questa soglia si sono verificati soprattutto in alta Lombardia, nelle aree sottovento rispetto alle correnti che trasportano gli inquinanti dalle aree metropolitane e da quelle di agricoltura intensiva: gli aumenti di concentrazioni di ozono vengono infatti generalmente misurati anche a decine di chilometri distanza dalle fonti di inquinamento.
L’ozono esercita una potente azione tossica sui tessuti respiratori, e gli effetti sulla salute sono rilevanti: l’UNECE valuta in 70.000 vittime l’aumento di mortalità annua correlata all’inquinamento da ozono nei Paesi ad economia avanzata di Europa e Nord America. La tossicità è anche più elevata per le piante che, in presenza di ozono, accusano rilevanti cali di fotosintesi. Questo significa che al danno per la salute umana si somma anche una minore produttività delle colture agrarie, che aggrava gli effetti delle sempre più frequenti annate siccitose. Come se non bastasse, l’ozono stesso è anche un gas serra, che concorre al riscaldamento globale.
La riduzione dei livelli atmosferici di ozono in Europa richiede una azione per il contenimento dei gas precursori, in cui rientrano i famigerati NOx prodotti dai motori a combustione, le sostanze organiche volatili (VOC) prodotte dall’industria e dall’uso di solventi e il metano, da fonti agricole. Le concentrazioni atmosferiche di metano sono in continuo aumento: la stazione di misura per il Nord Italia, posta sul Monte Cimone, nell’Appennino Emiliano, segnala ormai livelli stabilmente superiori a 2000 ppb (parti per miliardo) di metano, in pratica concentrazioni triple rispetto a quelle naturalmente presenti nell’atmosfera prima del grande sviluppo dell’industria e dell’utilizzo di combustibili fossili.
Per questo, il metano è diventato il più importante tra i precursori della formazione di ozono, ed in Pianura Padana le sue emissioni derivano in larga misura da fonti agricole: allevamenti e coltivazione del riso in particolare, con le quattro regioni padane che pesano per circa il 50% del totale nazionale delle emissioni. Se gli allevamenti intensivi fanno la parte del leone, la coltivazione del riso fornisce un contributo molto rilevante nei mesi estivi, quando le acque delle risaie si scaldano, favorendo l’attività dei batteri metanogeni. Ovviamente non bisogna dimenticare che il metano è un inquinante globale: le emissioni locali possono determinare aumenti localizzati delle concentrazioni, e quindi dei processi atmosferici che generano ozono, ma ogni Paese deve fare la propria parte per la riduzione delle emissioni di metano.
“Per ridurre l’inquinamento da ozono occorre agire sulla riduzione degli inquinanti che fungono da precursori, ed in particolare sul metano: per questo serve la collaborazione dei Paesi firmatari del Global Methane Pledge, l’accordo globale che prevede una riduzione del 30% delle emissioni di metano entro il 2030” afferma Giorgio Zampetti, direttore nazionale di Legambiente, “purtroppo, siamo lontanissimi da quell’obiettivo, e le conseguenze sono in aggravamento, sia in termini di accelerazione del riscaldamento globale, sia di inquinamento da ozono.”
Considerato il peso molto rilevante delle emissioni di fonte agricola, Legambiente ha confezionato un piano d’azione per la riduzione delle emissioni di metano da questo comparto, e lo ha sottoposto nei giorni scorsi al Ministero dell’Ambiente e agli assessori delle quattro regioni padane. Le misure per ridurre le emissioni di metano passano innanzi tutto da una riduzione delle intensità di allevamento e di coltivazione del riso, ma esistono anche strumenti per ridurre le emissioni attraverso innovazioni nelle pratiche. Nel settore risicolo, per esempio, le tecniche di sommersione e asciutta periodica riducono fortemente le emissioni di metano, mentre lo sviluppo di una impiantistica avanzata per la raccolta, stoccaggio e trasformazione dei liquami permette di ridurre le perdite di metano nella gestione dei liquami zootecnici e nella produzione di biometano.
“È necessario che le migliori pratiche diventino elementi qualificanti per l’accesso agli aiuti pubblici, siano essi le misure di sostegno per la PAC, sia gli incentivi per la produzione di biometano,” chiede Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia, che ha curato la redazione del piano di riduzione delle emissioni di metano. “L’obiettivo di ridurre le emissioni di metano richiede uno sforzo per estendere le innovazioni in ambito agricolo e zootecnico, nel quadro di una transizione agroecologica che punti a tutelare la qualità delle produzioni del Made in Italy, anche riducendo gli eccessi di intensità produttive e gli elevati input che oggi caratterizzano l’agricoltura del Nord Italia.”.






