Inquinamento da ozono: anche l’estate 2025 si chiude con livelli fuori controllo in quasi tutta la pianura padano-veneta

Ozono in crescita nelle città padane: male Lombardia occidentale, Torino, Emilia-Romagna e Pedemontana veneta. Va meglio a Sondrio e Belluno e nella Romagna costiera

Legambiente: “Occorre combattere le emissioni di precursori dello smog fotochimico, in particolare il metano, che in pianura padana esala dai troppi allevamenti intensivi.”

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Con l’arrivo dell’autunno è tempo di bilanci sull’estate appena trascorsa, anche per gli inquinanti che affliggono la qualità dell’aria soprattutto in Pianura Padana. Nella stagione calda gli inquinanti atmosferici, per effetto della radiazione solare, reagiscono tra loro dando luogo alla formazione dello smog fotochimico: un mix di sostanze disperse nell’aria che respiriamo, la più tossica delle quali, l’ozono, è una forma altamente instabile dell’ossigeno, in grado di determinare danni alle mucose respiratorie e in generale ai tessuti di tutti gli organismi viventi, vegetali inclusi: l’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) stima almeno 2 miliardi all’anno di danno economico dovuto all’effetto dell’ozono sui raccolti agricoli. Per quanto riguarda la salute umana, alla tossicità dell’ozono vengono correlate 70.000 morti premature in Europa, di cui 13.000 in Italia. Ancora una volta le aree più colpite dall’inquinamento sono quelle della Pianura Padana, area più inquinata d’Europa secondo l’EEA (www.legambientelombardia.it/dossier/#metanmatters)

A differenza di altri inquinanti, da anni in lenta riduzione, per l’ozono il miglioramento è ancora fuori dai radar (https://methanematters.eu/wp-content/uploads/2025/06/Legambiente-Lombardia-rapporto-Ozono-2025_ENGLISH.pdf). La spiegazione va ricercata nei precursori della formazione dell’ozono. Tra questi vi sono gli inquinanti da traffico, soprattutto gli NOx, che sono effettivamente in riduzione, ma anche il metano, le cui concentrazioni sono in aumento, sia per le perdite legate alle estrazioni e distribuzione di combustibili fossili, sia per le emissioni di fonte agricola e delle discariche di rifiuti. In Pianura Padana a prevalere sono le emissioni legate agli allevamenti bovini e alla gestione dei liquami zootecnici, con Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna – regioni a più forte intensità di allevamento – che da sole concentrano il 70% delle emissioni nazionali di metano da questa fonte.

“Cresce sempre più l’evidenza del ruolo del metano non solo come potente gas climalterante, ma anche come inquinante atmosferico – dichiara Damiano Di Simine, responsabile della campagna di Legambiente MetaNo, coltiviamo un altro clima* per questo occorre invertire la crescita delle emissioni atmosferiche di questo gas, ciò che l’Italia si è impegnata a fare nel 2021 firmando il Global Methane Pledge. E’ urgente il superamento delle fonti fossili, metano incluso, ma occorre anche ridurre le emissioni agricole, che per l’Italia sono prioritarie, in particolare per quanto riguarda i troppi allevamenti intensivi della Pianura Padana”.  Purtroppo l’accordo globale sul metano non ha la natura di un trattato vincolante per i 160 Paesi firmatari: per questo è importante premere sulle istituzioni nazionali ed europee affinché accolgano la sfida di ridurre le emissioni, considerando i benefici sia climatici che sanitari che ciò comporta.

La relazione tra alti livelli di ozono ed eccessi di mortalità per acutizzazione di patologie respiratorie ha spinto da tempo istituzioni internazionali come l’OMS a definire obiettivi per la riduzione delle concentrazioni di ozono, e l’Unione Europea a tradurre questi obiettivi in valori limite e obbiettivi di riduzione che vincolano tutti gli Stati Membri.

I limiti riguardano i picchi di concentrazione giornaliera derivanti da situazioni acute di inquinamento, che determinano obblighi di informazione della cittadinanza (soglia di informazione, 180 mg/m3) e l’attivazione di misure immediate di limitazione (soglia di allarme, 240 mg/m3)

I valori obiettivo invece prendono in considerazione le Massime Medie orarie di concentrazione, calcolate giornalmente su un arco di 8 ore (MM8).  L’OMS raccomanda di non superare il valore di MM8 di 100 mg/m3, ma la norma europea concede un valore più alto, 120 mg/m3, stabilendo in 25 il numero massimo di giorni/anno in cui ne è tollerato il superamento; con l’entrata in vigore della nuova direttiva il numero di superamenti scenderà a 18 come obiettivo al 2030, e a 0 come obiettivo al 2050.

Nell’estate appena trascorsa, alla data del 31 agosto la città che ha mostrato una situazione più grave è stata quella di Bergamo, con ben 77 giornate di superamento del valore obiettivo. Nelle 4 regioni del nord, le situazioni più critiche hanno riguardato Torino in Piemonte, l’Ovest Lombardia (Bergamo, Lecco, Milano, Pavia e Cremona), i capoluoghi emiliani (Piacenza, Reggio, Modena e Parma), quelli del Piemonte Orienale e Vicenza. All’opposto, il rispetto dei valori obiettivo si è verificato nei capoluoghi alpini di Sondrio e Belluno, in quelli romagnoli di Ravenna e Rimini insieme a Bologna, e nelle città dell’Est Lombardia, Brescia e Mantova.

Per quanto riguarda gli episodi più acuti, con superamento della soglia di informazione (180 mg/m3 come media oraria), questi hanno riguardato 27 dei 36 capoluoghi delle 4 regioni. Bergamo resta la città che ne ha subito in maggior numero (ben 72 fino al 31 agosto 2025), ma i capoluoghi colpiti con maggiore frequenza sono tutti quelli della Lombardia Occidentale (Bergamo, Lecco, Milano, Varese, Pavia, Monza, Cremona, Como e Lodi), insieme a quelli delle confinanti province emiliane (Piacenza, Modena, Parma e Reggio) e piemontesi (Novara e Asti). Si segnalano anche  episodi di superamento della soglia di allarme (a Pavia e in alcuni centri del Milanese). Una fotografia impietosa, considerando anche che l’estate appena trascorsa, con l’eccezione del mese di giugno, non è stata particolarmente favorevole ai fenomeni di smog fotochimico come era avvenuto nei siccitosi anni 2022 e 2023.

Riguardo agli effetti dell’ozono sulla salute, un dato è particolarmente preoccupante: non solo i livelli di inquinamento non calano da decenni, ma nelle città essi aumentano: ciò avviene come effetto collaterale della riduzione degli inquinanti da traffico, che sono precursori in presenza di luce ultravioletta, ma che partecipano anche alle reazioni che distruggono l’ozono quando la radiazione solare cala di intensità. “Negli anni passati ci occupavamo dell’ozono come di un inquinante atipico, che colpiva soprattutto le aree rurali e pedemontane, danneggiando le vegetazioni forestali e le colture agricole e la salute umana in zone a bassa densità di popolazione. Oggi la geografia dell’inquinamento da ozono non opera più tali distinzioni, le città sono colpite in modo non dissimile dalle aree rurali. Ne consegue che una quota crescente di popolazione, soprattutto tra i residenti nelle grandi concentrazioni urbane, è esposta a livelli di ozono pericolosi. La sfida per l’aria pulita richiede di agire per abbattere le concentrazioni di tutti gli inquinanti che ne sono precursori, dagli NOx all’ossido di carbonio, dai solventi organici al metano”. Purtroppo per molti di questi precursori, soprattutto per il metano, non esistono reti di monitoraggio atmosferico “per questo chiediamo che le regioni si attrezzino per dotare le loro centraline di monitoraggio atmosferico di sensori per la misura del metano, come indicato dalla nuova direttiva europea” chiosa Di Simine

* La campagna MetaNo – Coltiviamo un altro Clima è sviluppata da Legambiente in collaborazione con EEB (European Environmental Bureau) nell’ambito dell’iniziativa europea Methane Matters (https://methanematters.eu/)

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